Lavoro coatto in Turingia: REIMAHG al Walpersberg vicino a Kahla – testimonianze

Storie della

porta accanto:

Lavoro coatto

L’immagine mostra il lager 8 dello stabilimento nazista REIMAHG vicino a Kahla in Turingia. È stata scattata da Ernst Große, all’epoca adolescente, dalla vicina Bibra. Le tende primitive sono state erette nel giugno del 1944 sul prato della sua famiglia.

I contadini erano a conoscenza dell’impiego delle lavoratrici e dei lavoratori coatti a causa del loro impiego nelle proprie mansioni. Questo loro impiego massiccio portò però le conseguenze dell’ideologia nazista in ogni paese della regione.

Il lavoro forzato prima del Nazionalsocialismo

Il lavoro forzato esiste da quando è nato il lavoro. Soltanto con la nascita della società borghese il lavoro libero come mezzo di realizzazione personale divenne un’ideale. Il lavoro invece eseguito per costrizione si trasformò tra il 1800 e 1900 sempre più in uno strumento di violenza politica.

Nel concetto moderno di lavoro coatto non contano in primo luogo i prodotti creati, ma l’uso della violenza. Essa rinforza lo stato, che la esercita e fa capire alle persone forzate al lavoro che nella società hanno una posizione bassa e privata dei diritti.

Nel corso del 1800 e 1900 il lavoro coatto è sempre stato connesso anche con la persecuzione e l‘annientamento razzista. Il nazionalsocialismo ne fu la forma estrema, che però già allora ebbe precursori storici.

Sistemi di lavoro coatto esistevano soprattutto nelle colonie tedesche ed europee. Giustificare il concetto di ‚lavoro coatto‘ divenne importantissimo:

parlando di lavoro coatto i poteri coloniali riuscivano a delimitarsi dalla schiavitù, che ormai era stata messa al bando. Al lavoro coatto venne attribuito una funzione educativa, mentre la schiavitù venne descritta come retrograda e primitiva. In tale modo gli stati coloniali giustificavano la violenza eseguita nell’ambito dei loro regimi di lavoro coatto come parte della loro presunta attività di civilizzazione.

Se ci fu un passaggio diretto di esperienze sul lavoro coatto dalle colonie tedesche al nazionalsocialismo resta nella ricerca un‘argomento controverso. Fatto sta che per quanto riguarda i modi di lavoro coatto si riscontrano aspetti simili e caratteristici tra le colonie e i sistemi di lavoro nel nazionalsocialismo e altri sistemi di lavoro forzato.

Cosa vuol dire ‚lavoro forzato‘?

‚Lavoro forzato‘ vuol dire che una persona viene costretta al lavoro con delle misure extra-economiche, cioè non riceve una paga, e con delle misure di costrizione statali, cioè violenza.

Il rapporto di lavoro esiste per una durata indefinita e non può essere terminato direttamente dal lavoratore coatto. In più le persone che sono costrette al lavoro forzato hanno pochissimo o non hanno per niente la possibilità di influenzare o cambiare le condizioni del lavoro.

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Prigionieri di guerra Herero nel campo di concentramento dello Swakopmund, Album fotografico di Friedrich Stahl (Inv. E10/322, n. 45), ©Stadtarchiv Norimberga

Il Nazionalsocialismo

Il periodo tra 1933 e 1945, in cui Adolf Hitler – all’inizio come Cancelliere del Reich, poi come autonominato ‚Führer‘ – era al potere assieme al suo partito NSDAP, viene chiamato oggi nazionalsocialismo. Il nazionalsocialismo non era un ideologia omogenea – era in sé molto contraddittoria e comprendeva correnti diverse. Esse però avevano una cosa in comune: si basavano sull‘idea che gli uomini non sono di egual valore.

Le persone che non facevano parte della visione del mondo dei nazionalsocialisti basata sul razzismo, antisemitismo e darwinismo sociale vennero escluse, sempre più perseguitate e infine spesso uccise.

Soprattutto persone che secondo i criteri nazisti venivano riconosciute come ebree, slave o disabili o riconosciute come minoranze come ad esempio i rom, furono vittime di questa politica di persecuzione e annientamento. In più la politica nazista colpì oppositori politici, omosessuali, testimoni di Geova, persone che non avevano un lavoro fisso oppure non pagavano gli alimenti ai propri figli oltre a tanti altri. Ma anche per chi fece parte della società nazionalsocialista fu una società radicalmente gerarchica:

si basava su violenza, rivalutazione, disprezzo, obbligo di rendimento e militarismo.

La visione del mondo nazionalsocialista mirava alla guerra. Nella Seconda Guerra Mondiale la violenza, parte integrale dell’ideologia nazista, si poté espandere pienamente – e andò molto oltre a quella usata consuetamente nelle guerre. Più di 60 milioni di persone morirono tra il 1939 e il 1945 durante le battaglie, più di 13 milioni di persone vennero uccise nell’ambito della politica nazista di persecuzione e di annientamento.

La dimensione criminale e violenta del nazionalsocialismo non si fece vedere soltanto nella guida politica ad alto livello o nell’ambito di operazioni belliche. Emancipazione ed esclusione, gerarchia e la privazione dei diritti, profitto e sfruttamento, persecuzione e violenza privata, deportazione e assassinio ebbero luogo anche nel locale e quotidiano, sul posto, nella vicinanza, in Turingia come in altri luoghi del paese.

Darwinismo sociale

Il concetto del Darwinismo sociale risale al naturalista Charles Darwin (1809-1882), le cui nozioni prese dal mondo animale vennero trasmesse sull’uomo – tra esse l’idea che il più forte si impone. Quello che viene criticato al darwinismo è la trasmissione acritica e difettosa di queste nozioni biologiche sulle società umane. Al giorno d‘oggi il concetto si applica per una prospettiva misantropica su minoranze e persone di scarsa disponibilità finanziaria.

Persecuzione antisemita e antiziganista

Nel periodo del nazionalsocialismo le persone che facevano parte di un gruppo indesiderato all`ideologia nazista vennero perseguitate e in molti casi uccise. Ciò che più contava erano i criteri e la classificazione fatta dai nazisti – l’appartenenza ad un certo gruppo dal proprio punto di vista non aveva per i nazisti nessuna importanza. Determinanti per la persecuzione furono le »Leggi di Norimberga« del 1935 con le loro categorizzazioni razziste poiché come ebreo od ebrea la autonominazione o la confessione non giocò nessun ruolo.

Anche per la persecuzione di membri di gruppi rom fu decisivo lo sguardo dal di fuori – uguale se la persona in riguardo si riconosceva come rom, sinto, manouche o calé o se del tutto fuori dalla parte delle società rom, quest`ultima non veniva considerata.

Queste persone vennero perseguitate a causa dell’antisemitismo e dell’antiziganismo, non in base alle loro caratteristiche o appartenenze.

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Entrata dell’esercito tedesco (Wehrmacht) nel Sudetenland.

Fonte: Bundesarchiv, Bild 137-004055 / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5418581

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Manifesto di propaganda di Sauckel »La Turingia è terra di Hitler«

Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:SauckelAufruf.jpg

Motivo di arresto della polizia anticrimine nell’ambito dell’azione »Arbeitsscheu Reich«, estate del 1938:

»[…] S. è qui conosciuto come persona con poca voglia di lavorare, che costretto al lavoro soltanto dalla necessità ogni tanto lavora per poter vivere. Riceve un sussidio e quindi è un peso per la società. […] è generalmente conosciuto come alcolizzato.«

L’azione »Arbeitsscheu Reich«

Nel giugno del 1938 la polizia anticrimine condusse l’azione »Arbeitsscheu Reich« (cioè: »Persone riluttanti al lavoro nel territorio del Reich«). Più di 10.000 persone definite »asociali« vennero portate in campi di concentramento. Si trattò soprattutto di persone senza tetto oppure persone povere e dipendenti dall'alcol, ma anche persone che non pagavano gli alimenti per i propri figli. In più vennero arrestate molte persone perseguitate come rom. Il numero dei prigionieri nei campi di concentramento si raddoppiò. Vennero eseguiti anche massicci arresti di ebree ed ebrei; soltanto nella sola Berlino vennero arrestate tra le 1000 e 2000 persone. Il motivo che scatenò questa azione fu un discorso antisemita del ministro della propaganda Joseph Goebbels il 10 giugno 1938.

Anche dopo l’estate del 1938 la polizia anticrimine continuò ad arrestare uomini e donne visti come »asociali« e a trasportarli nei campi di concentramento. Agli uomini si rimproverava soprattutto il loro comportamento valutato insufficiente rispetto al lavoro, alle donne il loro comportamento nella vita sessuale.

Restrizioni per il cambio del posto di lavoro e lager per l’educazione al lavoro

Con l’inizio della guerra venne emanato il »Decreto sulla restrizione del cambio del posto di lavoro«. D’ora in poi il proprio posto di lavoro poteva essere cambiato soltanto con il consenso dell’ufficio di collocamento. Questa e altre misure come tagli sullo stipendio o prolungamenti del tempo di lavoro facevano arrabbiare la popolazione. Alla crescente pressione una parte dei lavoratori rispose con il rallentamento del lavoro. La guida del regime nel 1940 reagì con l’istituzione dei cosiddetti »lager per l’educazione al lavoro« (Arbeitserziehungslager). Essi dipendevano dalla Gestapo (La »Geheime Staatspolizei«, la polizia segreta dello stato). Persone resistenti ci venivano rinchiuse fino a 56 giorni sotto un regime di lavoro forzato durissimo.

Negli anni seguenti su tutto il territorio veniva installato un sistema capillare di questo tipo di lager. All’inizio la maggioranza dei detenuti erano tedeschi, più tardi erano deportati da altri paesi costretti al lavoro forzato.

»Ho parlato davanti a 300 ufficiali della polizia a Berlino. Li ho aizzati in maniera clamorosa. Contro ogni sentimentalismo. Non la legge conta, ma l’angheria. Gli ebrei devono sparire da Berlino. E la polizia mi aiuterà.«

Fonte: Elke Fröhlich (Hg.): Die Tagebücher von Joseph Goebbels, Teil 1: Aufzeichnungen 1923 – 1941, Band 5: Dicembre 1937 – Luglio 1938, München 2000, S.340f.

Costrizione al lavoro per appartenenti del Reich tedesco

Nel Nazionalsocialismo lavorare non significò per tutti la stessa cosa. Gruppi perseguitati furono costretti al lavoro forzato, il lavoro di tedeschi che passavano per »ariani« era visto come »servizio d’onore al popolo tedesco«. L’ideologia razzista copriva le contraddizioni sociali e creava dei pretesti per perseguire parti non gradite della popolazione. All’inizio le persone, che secondo l’ideologia nazista non erano ben viste, vennero escluse dalle loro professioni e dal lavoro in generale.

Legge sul servizio di lavoro del Reich, Giugno 1935:

Par. 1 (2): »Tutti i giovani tedeschi di entrambi i sessi sono obbligati a servire il loro popolo nel Reichsarbeitsdienst.«

Paragrafo 3 (1): »Il Führer e il Cancelliere del Reich determinano il numero di funzionari da chiamare ogni anno e determinano la durata del servizio.«

Gli oppositori politici furono i primi che vennero costretti al lavoro forzato nei campi di concentramento. In modo indiretto i campi ebbero un ruolo fondamentale per la messa in disciplina, l’intimidazione e il controllo su tutti i lavoratori – molte persone avevano paura di essere portate in un lager.

Alla maggior parte della popolazione ebrea tedesca fino al 1938 fu tolta la base economica della loro esistenza tramite il boicottaggio e divieti di esercitare la loro professione. Durante i progrom nel novembre 1938 centinaia di persone vennero uccise, circa 30.000 vennero portate nei campi di concentramento, le sinagoghe, negozi e case vennero distrutte. Questi pogrom segnarono il passaggio dall’esclusione sistematica di ebree e ebrei alla loro persecuzione violenta. Anche i membri delle minoranze rom vennero sistematicamente privati dei loro diritti, esclusi e deportati.

I nazisti limitavano i diritti al posto di lavoro anche alle persone non esplicitamente perseguitate. Subito dopo le elezioni nel marzo 1933 i sindacati vennero sciolti e sostituiti dalla cosiddetta »Deutsche Arbeitsfront« (Fronte tedesco del lavoro). Esso non era un sindacato, ma un'organizzazione creata per il controllo sui lavoratori sul posto di lavoro ma anche nel tempo libero.

Il diritto allo sciopero venne abolito. Passo dopo passo venne installato un sistema che costrinse anche le parti non perseguitate della popolazione al lavoro.

  • 1935: Il Reichsarbeitsdienst (RAD) costrinse le persone a lavori a volte di durata indeterminata, ad esempio nelle costruzioni stradali o nell’agricoltura.
  • 1936: Il »libro del lavoro« (Arbeitsbuch) ridusse la libera scelta del posto di lavoro e permise il controllo sui lavoratori.
  • 1938: L’»obbligo del servizio« (Dienstverpflichtung) era un mezzo per obbligare le persone a compiti di »particolare importanza politica«, a partire dal 1939 persino in modo indeterminato.
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Lager del RAD, reparto 6/141 a Bad Liebenwerda.

Fonte: https://de.wikipedia.org/wiki/Datei:RAD_Wachablösung.jpg (CC-BY-SA 3.0)

Per il rifornimento dei lavoratori, nell’inverno 1944/45 si iniziò a allestire un grande impianto di giardinaggio sopra il comune di Großeutersdorf.
Per i lavori furono impiegate soprattutto lavoratrici coatte dell’Europa orientale in condizioni difficilissime.
Sullo sfondo si vede il cantiere REIMAHG.

Lavoro coatto e deportazione nel Reich tedesco

Il lavoro forzato nel Nazionalsocialismo

Durante la seconda guerra mondiale il sistema del lavoro forzato venne ampliato in modo massiccio. Il numero delle forze lavorative tedesche nel Reich scese da 39 milioni nel 1939 a 29 milioni nel 1944, soprattutto a causa della chiamata alle armi nella Wehrmacht.

Nel corso della guerra una settimana lavorativa di 60 ore nell'industria divenne la regola, a volte vennero richieste anche 72 ore. L’industria tedesca forzava al lavoro coatto sempre più persone provenienti dai territori occupati, senza le quali l'industria degli armamenti a partire dal 1942 non sarebbe più stata in grado di funzionare. Durante la guerra il sistema del lavoro forzato si espanse in quasi tutta l’Europa: più di 20 milioni di persone – uomini, donne e bambini – da quasi tutti i paesi europei furono costretti al lavoro coatto nel territorio del Reich o nei territori occupati. Circa due milioni e mezzo di essi non sopravvissero.

I deportati lavorarono in innumerevoli luoghi: nell’industria degli armamenti, sui cantieri, nell’agricoltura, nelle case private. Tutta la popolazione tedesca poteva incontrarli. Il territorio del Reich era coperto da una fitta rete di lager di vario tipo. Lo sfruttamento di queste persone rendeva possibile alla Germania nazista di tener in funzione la sua economia e di garantire un rifornimento relativamente stabile alla popolazione tedesca. La storia del lavoro forzato mostra chiaramente il carattere del nazionalsocialismo: la classificazione razzista e antisemita delle persone, un orientamento radicale sul rendimento, gerarchia, violenza e sottomissione.

Reclutamento e deportazione

Con l’invasione della Polonia nel settembre del 1939 il lavoro forzato si estese in modo massiccio – al di fuori del Reich soprattutto nei primi anni della guerra, poi anche all’interno. Il numero delle lavoratrici e dei lavoratori coatti aumentò fortemente negli anni seguenti. Responsabili per il reclutamento nei paesi occupati erano gli uffici di collocamento, supportati dalla polizia e dalla Wehrmacht.

Le condizioni di lavoro e di vita dipendevano soprattutto da due fattori: dalla loro classificazione secondo i criteri razzisti del regime e dalle necessità economiche della guerra. A volte questi due fattori erano in contraddizione. Così, nel 1942, non c‘erano più abbastanza prigionieri di guerra a disposizione.

Mentre si discuteva sull’impiego della popolazione civile sovietica, veniva pianificato e realizzato l’annientamento della popolazione ebrea europea. Anche se veniva sfruttata la loro forza lavorativa, la loro uccisione ebbe priorità per il regime nazista.

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Il campo di concentramento Mittelbau-Dora nel Kohnstein vicino a Nordhausen.
»Annientamento mediante il lavoro.« è un concetto del sistema dei lager nazionalsocialisti.
Fonte: Library of Congress Washington.

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Opuscolo di propaganda »L’Europa lavora in Germania«, 1943.

Fonte: Archivio GF Walpersberg e.V.

Sfruttamento e annientamento

Nonostante la mancanza di manodopera rappresentasse un pericolo per la guerra, in molti responsabili prevalevano atteggiamenti razzisti; le considerazioni economiche passavano in secondo piano.

Le intenzioni di annientamento furono evidenti soprattutto verso la popolazione ebrea d'Europa. Anche contro altri gruppi venne richiesta una politica di »annientamento mediante il lavoro«. Infine prevalsero coloro che ritennero indispensabile l'impiego di deportati polacchi e sovietici per motivi economici. Tuttavia, per i gruppi di popolazione ebrea, questa politica significò solo un rinvio temporaneo dell'uccisione. Le persone perseguitate per motivi antisemiti e antiziganisti vennero uccise anche quando la loro forza lavoro era necessaria. L'annientamento aveva la precedenza. L'abilità al lavoro era solo un criterio per il momento dell'esecuzione.

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Questa mappa mostra i progetti di spostamento industriale in Turingia.
Fonte: M. Gleichmann, GF Walpersberg e.V.

Nella grande banca dati dell'Associazione di storia e di ricerca Walpersberg e.V. troverete 828 progetti, ricercati in oltre 20 anni, con nomi in codice, luoghi, aziende e numeri identificativi.

Visualizza la mappa dei trasferimenti sotterranei

Spostamento sotterraneo della produzione bellica e

nascita della REIMAHG

Nella seconda metà della guerra la produzione bellica venne sempre più spostata in stabilimenti sotterranei per proteggerli dagli attacchi aerei. Fino all’inizio del 1945 più di 900 stabilimenti vennero spostati o pianificati sotto terra con la collaborazione dell’industria. Queste operazioni costarono la vita a migliaia di lavoratori coatti e detenuti dei KZ.

Lo stabilimento REIMAHG fu un punto focale del lavoro coatto nazista. Nel 1942 Fritz Sauckel, Gauleiter in Turingia, divenne Plenipotenziario generale per l’impiego della manodopera. Fu responsabile per la deportazione e schiavizzazione di oltre sette milioni di persone.

Egli era inoltre capo della Fondazione Gustloff, uno dei maggiori gruppi industriali di armamenti tedeschi. Nel 1944 venne fondata la REIMAHG GmbH come filiale delle Gustloff-Werke. Comprendeva tre siti di produzione: Kahla, Kamsdorf e Krölpa. Il nome deriva dalle lettere iniziali del titolo REIchsMArschall Hermann Göring.

Per l'impianto fu scelto il Walpersberg vicino a Kahla, poiché esisteva già un sistema di gallerie ampliabile derivante dall'estrazione di sabbia per porcellana.

I lavori iniziarono l'11 aprile 1944. Sotto terra venne ampliato il sistema di gallerie, in superficie furono costruiti bunker e infrastrutture.

L’architetto Georg Schirrmeister di Jena ricevette l’incarico di costruire una pista di decollo sulla montagna. La direzione principale dei lavori fu affidata allo studio d'architettura di Ernst Flemming di Weimar.

L'obiettivo della REIMAHG era la produzione in serie del caccia a reazione Me 262. Questo aereo fu il primo caccia a reazione della storia a essere prodotto in serie. Secondo i piani, circa 1200 aerei finiti avrebbero dovuto lasciare la montagna ogni mese. Tuttavia, nelle gallerie del Walpersberg non avvenne mai la produzione. Solo in quattro bunker di cemento provvisori sul lato sud furono montati circa 20-30 caccia a reazione da componenti prefabbricati fino alla fine della guerra. Il loro impiego non fu decisivo per le sorti del conflitto. I piani iniziali prevedevano anche la costruzione dei modelli Focke-Wulf Fw 190, Ta 152 e dell'ala volante Horten, ma non furono realizzati.

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Walpersberg. Bunker sul lato sud.
Fonte: Archivio comunale di Großeutersdorf.

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Bunker 1 al Walpersberg. Fino alla fine della guerra furono erette quattro sale di montaggio finale.
Fonte: National Archive Washington

La presa del potere a Kahla

A Kahla nacque nel 1930 un gruppo locale della NSDAP. Alle elezioni del Reichstag del marzo 1933,

questa era però nettamente dietro alla SPD. Ciononostante, come in tutto il Reich, il 2 maggio 1933 la casa del sindacato di Kahla, il »Rosengarten«, venne occupata dalle SA e i sindacalisti arrestati.

Molto prima del pogrom del 9 novembre 1938, i negozi ebrei a Kahla vennero boicottati; chi vi faceva acquisti veniva diffamato pubblicamente. Nel novembre 1938, infine, le persone perseguitate come ebree furono deportate da Kahla a Buchenwald. La fabbrica di porcellana di Kahla ricevette nel 1940 dal Gauleiter Sauckel il titolo di »Azienda d'onore nazionalsocialista«. Un requisito era che oltre il 50% del personale fosse membro della NSDAP o delle sue organizzazioni.

La deportazione alla REIMAHG

Circa 14.000 uomini, donne e bambini dovettero prestare lavoro coatto per la REIMAHG tra il 1944 e il 1945; almeno 1300, ma probabilmente fino a 1600 di loro morirono per le conseguenze della prigionia.

Dall'aprile 1944 furono deportate persone da Italia, Unione Sovietica, Slovacchia, Belgio, Polonia, Ucraina, Francia e Jugoslavia. Dall'Unione Sovietica, Polonia e Ucraina furono deportati anche donne, adolescenti e bambini, a volte intere famiglie.

Attorno al Walpersberg nacquero vari lager; inizialmente i lavoratori coatti erano sistemati anche nella città stessa, in hotel e sale pubbliche. In totale sorsero 28 lager principali e secondari. Molti prigionieri dovettero costruire i lager stessi e, fino al completamento, dormire all'aperto o nelle gallerie.

Il database dell'Associazione di storia e di ricerca Walpersberg e.V. comprende attualmente 5.507 voci. I dati vengono continuamente integrati e offrono uno sguardo sulle origini e i destini delle persone.

Visualizza la mappa di origine e il database delle persone

Deportazione a Kahla

Stazione audio sulle condizioni di vita e di lavoro.

Generi

Fasce d'età (dai 16 anni)

Panoramica dei lager al Walpersberg.
©GF Walpersberg e.V.

Panoramica dei Lager

Lager Luogo Persone
Campo 0 Dehnatal k.a.
Campo A Lager principale Zwabitz hunderte
Campo B Lager principale Gumpertal k.a.
Campo D Lager principale Schindlertal k.a.
Campo E Lager principale Eichenberg 1000–1500
Campo Freienorla Freienorla k.a.
Campo Hummelshain Neues Schloss Hummelshain k.a., 175 tote dokumentiert
Campo I Lager principale Parnitzberg bei Kahla 1000
Campo II Lager principale Dehnatal bei Großeutersdorf 1000
Campo III Lager principale bei Lager II (SW) k.a.
Campo IV Lager principale Leubengrund 400–450
Campo J Jägersdorf 100–200
Campo Naschhausen Naschhausen k.a.
Campo Orlam Orlamünde k.a.
Campo Rieseneck Kleineutersdorf 50 westeuropäer → später 100 italiener
Campo Rothenstein Rothenstein k.a.
Campo V Lager principale Leubengrund 700–800
Campo VI Lager principale Leubengrund 200
Campo VII Lager principale Leubengrund (u. halb Linzmühle) 800
Campo VIII Lager principale Bibra 1000
Campo Zeutsch Zeutsch k.a.
Hindenburgschule Kahla Kahla k.a.
Kleindembach Kleindembach (Porzellanfabrik) 100–300
Porzallanfabrik Kahla Kahla k.a.
REIMAHG Heim Kahla Kahla k.a.
Rosengarten Kahla (Gaststätte) 500–600
Schwesternheim Bauernschule Hummelshain k.a.
SS-Lager Walpersberg Walpersberg k.a.
Thüringer Hof Kahla (Hotel) 200–300

Fonte dati: Database dell'Associazione di storia e di ricerca Walpersberg e.V. – Pagina Lavoro Coatto .

Francesco Gervasoni

Francesco Gervasoni nasce nel 1904 a Settala vicino a Milano. Con sua moglie Maria Moneta ha due figli: Germano, nato nel 1933, e Bruno, nato nel 1940.

Per il 23 novembre 1944 il movimento sindacale clandestino proclama uno sciopero a cui partecipano anche gli operai della fabbrica di Gervasoni.

Circa 180 operai vengono arrestati da un’unità tedesca e forzati a firmare un documento in cui dichiarano di presentarsi »volontariamente« al lavoro nel Reich.

Il 28 novembre 1944 vengono deportati da Milano in vagoni merci chiusi. Quando il treno passa per Vignate, il suo luogo di residenza, rallenta la velocità permettendo ai prigionieri di informare i familiari. Gervasoni lancia un messaggio dal vagone, che un abitante consegna alla moglie.

Gervasoni viene portato a Kahla il 7 dicembre 1944. Tre mesi dopo, il 27 febbraio 1945, muore e viene sepolto in una fossa comune nel cimitero di Kahla. La madre dovette provvedere da sola alla famiglia e i bambini finirono in collegio.

»Il 14 luglio 1944 le autorità tedesche annunciarono l'evacuazione degli abitanti, minacciando la pena di morte per chiunque tentasse di sottrarsi.

Sui binari in via Kowelska furono messi dei vagoni merci. Gli abitanti dell'intera città vi furono spinti dentro.

[…] Da bambino, ricordo che fu un'immagine di terrore per tutti noi. Molte cose già impacchettate dovettero essere lasciate perché era chiaro che non saremmo stati in grado di portarle. […] Io avevo 11 anni, mio fratello 16, mia sorella 14 e la più piccola appena 3 anni. […] Durante il tragitto da Włodzimierz a Poznań non ricevemmo nulla da mangiare. Ricordo che a Varsavia e Bydgoszcz gli abitanti portarono sporadicamente del latte per i bambini. Il viaggio durò due settimane. […] I vagoni erano sovraffollati, regnava l'odore di corpi sporchi. Non c'era modo di sdraiarsi. Dormivamo seduti sui nostri bagagli.

I bisogni fisiologici venivano fatti nella carta o in stracci e gettati fuori dal finestrino inferriato. L'urina finiva direttamente tra le fessure delle porte. La cosa più difficile fu l'inizio del viaggio.

Il treno ci portò verso l'ignoto. I giorni erano incerti e ignoto era il destino.«

Fonte: Jan Steć sulla sua deportazione a Kahla.

»Cara Maria, vado incontro al mio destino. I migliori auguri per te e i bambini, baci a tutti, ciao. Cara Maria, vai in fabbrica a ritirare i soldi, il pacco, la borsa del pane e la cintura. Saluti e baci a tutti, il tuo Francesco. Baci a te e ai figli.«

Fonte: Messaggio di Francesco Gervasoni alla sua famiglia.

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Il primo lager sorse nel »Rosengarten«, la casa del sindacato a Kahla.
Fonte: Archivio GF Walpersberg e.V.

Jan Steć

Jan Steć nasce l’8 aprile 1933 a Wolodymyr-Wolynskyj (odierna Ucraina). Nel 1939 il territorio polacco a cui appartiene la città viene occupato dall'Armata Rossa, nel 1941 dalla Wehrmacht. Con la ritirata tedesca nel luglio 1944, la popolazione viene deportata a ovest; la famiglia Steć finisce nel Lager II della REIMAHG. Il padre e il fratello maggiore Stanisław devono lavorare nelle gallerie; la madre deve scaricare terra dai vagoni ferroviari.

La sorella Teresa (nata nel 1930) accudisce i figli di altri lavoratori coatti e lavora in cucina. Jan Steć e la sorellina Maria restano nell'area del lager. L'undicenne Jan si occupa della sorella di tre anni e mendica cibo nei paesi vicini.

Poco prima dello sgombero, la famiglia fugge nel bosco sopra il lager. Restano nascosti tre giorni prima di tornare nel lager spinti dalla fame. Così evitano lo sgombero forzato e vengono poi liberati dagli americani. La famiglia trascorre nove mesi nel Lager II. Tornano in Polonia mesi dopo, ma la loro città natale è ormai irraggiungibile.

Le condizioni di lavoro presso la REIMAHG

Le persone deportate alla REIMAHG dovettero costruire infrastrutture, ampliare le gallerie, cementare bunker e lavorare al montaggio degli aerei. L'orario di lavoro era di dieci, undici, a volte dodici o più ore. Raramente avevano mansioni fisse: passavano da lavori più leggeri a fatiche immani sotto le percosse. Non avevano alcuna influenza sul luogo d'impiego.

Il lavoro iniziava tra le 4 e le 6 del mattino. La marcia verso il posto di lavoro poteva durare fino a dieci chilometri.

Calzature e abiti erano quasi sempre insufficienti. Le pause erano rarissime. Anche donne e adolescenti dovevano compiere lavori pesantissimi. Nelle gallerie gli incidenti sul lavoro, spesso mortali, erano frequenti.

In teoria esisteva un salario, ma in realtà la maggior parte riceveva al massimo un terzo della paga. Un problema ulteriore era l'impossibilità di acquistare beni legalmente e gli altissimi prezzi del mercato nero. I superiori erano raramente umani, i maltrattamenti erano la norma. Regnava un clima di paura, privazione di cibo e violenza.

Giuseppe Lino Rosoni

Giuseppe Rosoni nasce nel 1926 a Vicenza e vive la sua giovinezza sotto il regime fascista. Nel maggio 1944, a 17 anni, viene chiamato alle armi dalla Repubblica Sociale Italiana. Scartato dai medici italiani, viene giudicato abile dai medici tedeschi per il lavoro nel Reich. Deportato a Kahla, lavora all'interno delle gallerie. Durante le marce di evacuazione riesce a fuggire e raggiunge Vicenza nel luglio 1945.

»Il lavoro consisteva nello scavare gallerie. Perforavamo una collina in lungo e in largo. All'inizio con piccone e pala […];

quando si arrivava alla roccia dura, si usavano martello pneumatico e dinamite. C'erano crolli, molti amici sono rimasti sepolti, ma non potevamo fermarci. Sempre avanti! Schnell! E si camminava sui corpi degli amici sepolti lì.«

Rapporto di memoria Giuseppe Lino Rosoni

Serie di immagini sulla costruzione di un grande impianto di giardinaggio nell’inverno 1944. Per i lavori di terra furono impiegati soprattutto lavoratori e lavoratrici dell’Europa orientale. Fonte: Archivio GF Walpersberg e.V.

Le condizioni di vita nei lager della REIMAHG

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Tenda da cucina nel lager 8 sul lato nord del Walpersberg.
Fonte: Lascito Ernst Große, Archivio GF Walpersberg e.V.

Balilla Bolognesi

Balilla Bolognesi nasce il 2 ottobre 1921 a Esanatoglia. A 17 anni va al Nord per lavorare nel settore della pelle. Dal 1941 presta servizio militare. Dopo l'occupazione tedesca nel settembre 1943 torna a casa. Durante un rastrellamento contro disertori e partigiani, molti uomini vengono fucilati e quattro case fatte saltare, tra cui quella della sua famiglia.

Balilla viene deportato nel Reich con il fratello e il cugino. Il 28 maggio 1944 arrivano a Kahla/Niederkrossen.

Lavora nelle gallerie, ai bunker e alla pista di decollo. In estate conosce la famiglia Hubl di Kahla, che lo aiuterà regolarmente.

L'8 aprile Balilla e il fratello fuggono dal lager. Dopo quattro giorni incontrano i soldati americani. Solo a fine luglio 1945 tornano in Italia in treno.

Nel 1979 visita per la prima volta Kahla con la figlia Beatrice. Fino alla morte nel 2014 partecipa regolarmente alle commemorazioni per le vittime della REIMAHG.

Alloggio e igiene

La maggioranza viveva nei lager. Le baracche erano sovraffollate, mancavano i letti e alcuni dormivano sulla paglia. Gli alloggi erano sporchi, pieni di parassiti e freddi d'inverno. I tetti perdevano. Non c'era privacy. Esistevano anche due lager di punizione dove i prigionieri subivano crudeltà per minime mancanze.

Mancavano le latrine; molti dovevano usare i dintorni del lager.

Molti soffrivano di diarrea e, se non raggiungevano le latrine in tempo, venivano puniti brutalmente dalle guardie. La dotazione sanitaria era pessima.

»Servizi igienici non sono mai esistiti; per le necessità corporali c'era una grande fossa rettangolare all'aperto; ai lati uno stecconato di legno dove ci si appoggiava in equilibrio. Di docce neanche a parlarne, non c'era nemmeno un tubo d'acqua all'aperto.«

Balilla Bolognesi.

Condizioni di vita e di lavoro

Stazione audio sulle condizioni di vita e di lavoro.

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Balilla Bolognesi (in basso a sinistra) con la figlia Beatrice (in alto a sinistra), Elsbeth Hubl e il marito Hilmar nel 1979 a Kahla.
Fonte: Collezione privata Elsbeth Hubl

Alimentazione e abbigliamento

Pochi avevano abiti adeguati. Alcuni andavano scalzi anche d'inverno. Il cibo non era mai sufficiente: 375-500 grammi di pane al giorno e un po' di grasso o marmellata. La sera una zuppa acquosa. File di ore per una razione spesso immangiabile.

Servizi sanitari

Un'assistenza medica apparve solo dopo mesi. C'erano infermerie nei lager grandi; dal novembre 1944 si usò il castello di Hummelshain, ma i deportati stavano in baracche nel parco in condizioni pessime. Mancavano medicinali. I malati ricevevano mezza razione, venivano maltrattati o uccisi. Malattie come dissenteria, tifo e tubercolosi si diffusero rapidamente.

»13 agosto 1944: La domenica ricevevamo la razione: 500g di pane bianco e burro. Il lager era isolato dai soldati. Non avevamo acqua potabile, cucina, luce, niente. Ma dormivamo all'asciutto. Vedevamo la miseria: russi e italiani giravano come animali in cerca di mozziconi di sigarette.«

Dal diario di Marcel van den Steen

Marcel van den Steen

Marcel van den Steen nasce il 1° gennaio 1921 a Wetteren (Belgio). Lavora nel vivaio del padre. Soldato nel 1940, viene arrestato nell'agosto 1944. Arriva al Lager E presso Eichenberg e lavora nelle gallerie. Scrive un diario per tutta la prigionia. Fugge il 4 aprile 1945 e si nasconde per una settimana fino all'arrivo degli americani. Muore nel 2006.

»C'era una baracca chiamata pomposamente infermeria; aveva un tavolo, una sedia e uno scaffale per i medicinali che era sempre vuoto. Non c'era nemmeno un'aspirina. C'era un medico deportato di Perugia che ti visitava ma non poteva darti altro che consigli.

Poi c'era la baracca n. 9, quella dei morituri. Lì finivano gli »inabili«, scheletri umani consumati dalla fame e dalla malattia. Non servendo più all'economia di guerra, venivano lasciati morire senza pietà.«

Balilla Bolognesi

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Una delle baracche ospedale al castello di Hummelshain.
Fonte: Archivio GF Walpersberg e.V.

Servizi sanitari

Un'assistenza medica apparve solo dopo mesi. C'erano infermerie nei lager grandi; dal novembre 1944 si usò il castello di Hummelshain, ma i deportati stavano in baracche nel parco in condizioni pessime. Mancavano medicinali. I malati ricevevano mezza razione, venivano maltrattati o uccisi. Malattie come dissenteria, tifo e tubercolosi si diffusero rapidamente.

Janina Przybysz

Janina Przybysz fu deportata con marito e figlio dopo la rivolta di Varsavia del 1944. Tutti e tre sopravvissero. È tipico della situazione post-bellica che di lei si sappia poco, ma il suo racconto è una testimonianza fondamentale per questa mostra.

»La vita nel lager era monotona. Da lunedì a sabato, dodici ore di lavoro. La domenica libera serviva per l'igiene.

I miei genitori dovevano occuparsi dei bambini, lavarsi in condizioni difficili e spidocchiarsi – tutti avevano i pidocchi.

Era l'unica occasione per i genitori di parlare con i figli. All'inizio io dovevo badare alla sorellina di 4 anni mentre i genitori lavoravano. La domenica era l'unico momento di contatto, perché negli altri giorni i bambini dormivano quando i genitori partivano e tornavano.«

Jan Steć.

Cause di morte

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Lavoratrici coatte durante la costruzione di un grande impianto di giardinaggio vicino a Großeutersdorf. Fonte: Archivio GF Walpersberg e.V.

Resistenza e solidarietà

Non ci fu resistenza organizzata, ma atti di solidarietà tra nazioni diverse: aiuti in denaro per evitare punizioni fisiche, condivisione del cibo. Ci furono piccoli sabotaggi (mettere troppa sabbia nel cemento) e, verso la fine, molti tentativi di fuga.

»Prima di iniziare ci chiesero se qualcuno sapesse fare il pane. Uno di noi, Remo di Gallio, disse di sì. Grazie a questo restò in paese a lavorare nel forno e ogni tanto riusciva a passarmi un pezzo di pane che mangiavo o usavo come merce di scambio.«

Lino Rosoni

Maltrattamenti e omicidi

A causa delle condizioni disumane, dei maltrattamenti e delle marce della morte, morirono fino a 3000 persone in un solo anno. Il loro decesso era messo in conto. Almeno alcune dozzine furono uccise direttamente con colpi di arma da fuoco o percosse dalle guardie.

»Notevoli furono le angherie dei capi politici contro i deportati. Tornavamo esausti e affamati. Alcuni cercavano la via più breve usando una passerella sul fiume. Proprio lì si nascondevano i capi politici per sparare sui deportati. Lo facevano con sadismo, non tutti i giorni, per tenerci nel terrore.«

Janina Przybysz

Turingia, il vicino

In Turingia, tra il 1939 e il 1945, dovettero lavorare fino a mezzo milione di lavoratori coatti stranieri e prigionieri di guerra, oltre a decine di migliaia di detenuti dei KZ.

La violenza e lo sfruttamento razzista erano visibili a tutti i tedeschi. Dal 1943 quasi la metà lavorava nell'agricoltura, a stretto contatto con la popolazione civile.

I racconti parlano di maltrattamenti, ma anche di rari atti di umanità. La maggioranza rimase indifferente. Molte aziende locali (circa 120) furono coinvolte nei lavori al Walpersberg, usando manodopera coatta fornita dalla REIMAHG.

I lager erano spesso vicini ai centri abitati. La gente vedeva le marce quotidiane. Molti ignoravano la sofferenza, altri ne approfittavano (mercato nero), ma ci furono anche casi di aiuto che portarono a amicizie durature dopo la guerra.

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Bambini di Bibra che giocano presso il cantiere del Lager A.
Fonte: Lascito Ernst Große, Archivio GF Walpersberg e.V.

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Oltre 120 ditte civili furono coinvolte nella costruzione dello stabilimento.
Fonte: Bundesarchiv. Fototeca della „Library of Congress“, Washington DC.

»Mio cugino Walter era sfinito dal lavoro pesante. Mi disse: »Ho conosciuto a Kahla una famiglia tedesca molto umana che, in cambio di piccoli aiuti nel negozio, mi dà cibo. Non riesco più ad andarci, vai tu. La signora si chiama Margarethe, in Roßstraße 8.« Andai e lei mi aiutò con pane e viveri per me, mio cugino e mio fratello.

Nonostante i divieti della polizia, questa donna, suo figlio Hilmar e la signora Anna ci hanno dato aiuto e parole di conforto per puro motivo umanitario. Quando sono tornato nel 1979, sono stato accolto con grande affetto.«

Balilla Bolognesi

I responsabili

Molte persone portano la responsabilità delle sofferenze: Fritz Sauckel, i comandanti dei lager, le guardie, i dirigenti economici e politici. Anche il comportamento della popolazione civile, dei maestri d'opera e dei giovani della HJ fu spesso decisivo per la sopravvivenza dei deportati.

Le guardie erano tedeschi o »Volksdeutsche« (minoranze di lingua tedesca). Inizialmente soldati della Wehrmacht, poi SS, polizia o SA. Avevano ampio potere decisionale: alcuni mostravano compassione, ma la norma era la violenza sistematica, gli abusi sessuali e le punizioni arbitrarie.

Dipendenti tedeschi alla REIMAHG

Per le gallerie servivano esperti, spesso richiamati dal fronte o dalle miniere. C'erano anche artigiani locali precettati e detenuti comuni.

Il destino dei tedeschi non è paragonabile a quello dei deportati. Ricevevano salari adeguati e razioni extra (tabacco, alcol) che agli stranieri erano negate. Molti tedeschi facevano domanda volontariamente per i vantaggi economici e per evitare il fronte. Alcuni godevano nell'umiliare i lavoratori coatti.

»Vidi una mia compagna picchiata selvaggiamente da un tedesco perché aveva preso delle patate per il figlio malato. Dovemmo portarla via in barella. Venivamo anche denunciate con l'inganno: una guardia ci permetteva di prendere patate e poi chiamava la polizia accusandoci di furto per farci picchiare e umiliare.«

Janina Przybysz

Fritz Sauckel

Fritz Sauckel ebbe un ruolo centrale. Nato nel 1894 a Haßfurt, divenne Gauleiter in Turingia nel 1927. Come Plenipotenziario per l'impiego della manodopera dal 1942, fu responsabile della deportazione di milioni di persone. Fu condannato a morte a Norimberga, anche se il suo ruolo specifico nella REIMAHG non fu il tema centrale del processo.

»4 settembre 1944: A mezzogiorno vedemmo due russi picchiati perché sorpresi a fare i bisogni. Dovettero raccogliere i propri escrementi con le mani. La sera vedemmo cinque belgi fuggiti puniti così duramente che noi prigionieri urlammo di rabbia, ma fummo subito dispersi con la forza.«

Dal diario di Marcel van den Steen.

Karl Pflomm

Karl Pflomm, capo delle SS al Walpersberg, fu il principale responsabile di maltrattamenti ed esecuzioni. Già membro delle SS dal 1930, fu capo della polizia a Weimar e Erfurt. Arrivò alla REIMAHG nel 1944. Si suicidò con la famiglia prima dell'arrivo degli americani per sfuggire alla giustizia.

»Mentre i Kapò e le SS diventavano sempre più crudeli, tra i maestri d'opera tedeschi (civili della Renania) c'era chi era stanco della guerra e ci incoraggiava a resistere perché la fine era vicina.«

Balilla Bolognesi

L’impiego della gioventù nazista (Hitlerjugend)

La Hitlerjugend (HJ) era l'unico sindacato giovanile ammesso, obbligatorio dal 1939. Negli ultimi anni di guerra, i ragazzi furono usati come manodopera massiccia, un caso unico alla REIMAHG. Furono impiegate le classi 1928/29.

Il loro ruolo fu ambiguo: anch'essi precettati, ma molti abusavano del loro potere. I sopravvissuti ricordano giovani della HJ che denunciavano, picchiavano o lanciavano sassi contro i prigionieri. Alcuni parteciparono anche alla scorta delle marce della morte.

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Alcuni giovani della Hitlerjugend furono impiegati anche per la sorveglianza dei lavoratori coatti.
Fonte: Archivio GF Walpersberg e.V.

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Nella valle Zwabitztal, nel Lager A, furono alloggiati provvisoriamente membri della Hitlerjugend e del Bund Deutscher Mädel.
Fonte: Archivio GF Walpersberg e.V.

»Un giorno, in una galleria, accadde un fatto disumano. Soffrivamo tutti di diarrea. Un compagno di Tolentino corse in un angolo isolato per liberarsi. Passarono dei ragazzi della HJ che lo videro e, ridendo, lo costrinsero a »assaggiare« i propri escrementi.«

Balilla Bolognesi

Violenza, assassinio, liberazione

Dall'estate 1944 le fughe aumentarono. La Gestapo ricevette il permesso di eseguire esecuzioni immediate. Molte avvennero nei boschi, ma anche davanti alla popolazione civile.

L'8 aprile 1945 iniziò lo sgombero forzato verso est. L'11 e 12 aprile la US-Armee raggiunse Kahla; il 13 liberarono i malati a Hummelshain. A luglio subentrò l'Armata Rossa, che tra il 1947 e il 1952 fece saltare le gallerie per renderle inutilizzabili.

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Soldati americani apprendono della morte del Presidente Roosevelt durante l'avanzata.
Fonte: National Archive Washington.

»Quando iniziò l'evacuazione il 9 aprile, eravamo circondati da SS con i cani. Fu un incubo infernale. Chi restava indietro veniva picchiato o fucilato. Vicino al villaggio di Knau mio marito svenne per la fame. Una guardia voleva sparargli, ma i civili tedeschi del posto lo impedirono. Lì fummo poi liberati il 13 aprile.«

Janina Przybysz

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La 89ª Divisione di Fanteria americana prese il controllo degli impianti il 12 aprile 1945 e liberò i lager.
Fonte: Holocaust Memorial Yad Vashem.

»L'11 aprile ci ordinarono di partire. Si formò una colonna immane verso Orlamünde. Le guardie erano nervose e sparavano. Col favore del buio, molti di noi fuggirono nel bosco. Restammo nascosti due giorni e, tornati al lager spinti dalla fame, scoprimmo che i tedeschi erano spariti. Trovammo delle rape in cucina e sopravvivemmo così.«

Jan Steć.

Decessi accertati

Attualmente accertati: 1.267

Persecuzione penale, elaborazione e risarcimento

Il lavoro coatto fu dichiarato »crimine contro l'umanità« a Norimberga nel 1946. Fritz Sauckel fu condannato a morte, ma i crimini specifici della REIMAHG non furono quasi mai perseguiti.

Molti responsabili fuggirono a ovest e non furono mai processati. I sopravvissuti rimasero spesso senza riconoscimento: in URSS erano sospettati di collaborazionismo. Solo nel 2001 iniziarono i primi risarcimenti finanziari, ma molti non ricevettero nulla e vissero in povertà, segnati per sempre dai traumi fisici e psichici.

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Richiesta di risarcimento di Lino Rosoni nel 2001.

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Fritz Sauckel fu condannato a morte come uno dei principali imputati ai processi di Norimberga.
Fonte: NARA Washington, (NAID) 540128.

»Il ritorno a casa fu deludente; solo in famiglia trovammo conforto. Era meglio tacere; nessuno avrebbe capito mesi di sofferenza, sporcizia e gelo. Trovammo un'indifferenza generale.«

Balilla Bolognesi

»Tornare a casa fu la scelta peggiore. Non sapevamo che la nostra città non era più polacca e la nostra casa era occupata da altri. Nessuno ci aiutò e non ricevemmo mai alcun indennizzo per ciò che avevamo perso.«

Jan Steć.

La memoria

Subito dopo la guerra sorsero i primi monumenti. Nel 1965 fu creato un memoriale al Walpersberg. Tuttavia, dal 1974, col subentro della NVA (esercito della DDR), l'area divenne zona militare e il gedenken fu spostato a Leubengrund.

Dopo la caduta del muro, l'area passò alla Bundeswehr. L'impegno di pochi locali e del »Freundeskreis Lager E« belga evitò l'oblio.

Nel 2003 nacque l'associazione »REIMAHG e.V.«, oggi »Geschichts- und Forschungsverein Walpersberg e.V.«. Dal 2007 l'area è accessibile al pubblico; l'associazione gestisce un centro di documentazione a Großeutersdorf e organizza commemorazioni internazionali, ricerche e progetti scolastici per mantenere viva la storia.

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Balilla Bolognesi durante la sua prima visita al memoriale nel Leubengrund.
Fonte: Elsbeth Hubl

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I testimoni Ermanno Falcioni e Balilla Bolognesi davanti al modello del Walpersberg nel centro di documentazione.
Fonte: GF Walpersberg e.V.

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Nel maggio 2018, nell'ambito di un progetto di rete internazionale, si è tenuto un grande workshop delle scuole di Kahla con giovani di Castelnovo ne' Monti e Robecco sul Naviglio. Dal lavoro sulla memoria sono nati gemellaggi scolastici e cittadini.
Fonte: M. Gleichmann, Internationaler Verein Kahla e.V.

Luoghi della memoria

  • Bunker 1 - Erinnerungsort Bunker 1 - Erinnerungsort
  • Erinnerungort Friedhof Hummelshain
  • Friedhof Kahla
  • Gedenkstein Krankenhaus Hummelshain
  • Gedenkstein Lager II
  • Gedenkstein Lager III
  • Leubengrund

Visite guidate e Centro di documentazione Walpersberg / REIMAHG

MOSTRA & ARCHIVIO

Centro di documentazione Walpersberg

Centro di documentazione Walpersberg

Il centro di documentazione integra le visite guidate con reperti selezionati, mappe e materiali d'archivio. È aperto al termine delle visite guidate e su richiesta.

Il nostro centro di documentazione approfondisce le impressioni delle visite guidate: reperti storici, voci di testimoni dell'epoca, planimetrie originali e oggetti ritrovati nella montagna. È accessibile dopo le visite o su appuntamento.

Nel centro di documentazione mostriamo reperti sulla storia della REIMAHG e sulla realtà quotidiana delle persone impiegate qui. I visitatori possono visionare piani di costruzione, materiali e documenti inediti. Il centro è in continua crescita grazie a nuove scoperte e materiali d'archivio.

Accesso e condizioni

APERTURA
Dopo le visite guidate pubbliche
Per gruppi e ricercatori su richiesta individuale
DURATA DELLA VISITA
ca. 15–30 minuti
LUOGO
Dorfstraße 7, 07768 Großeutersdorf
NOTA
Nessun orario di apertura regolare
Accessibile con assistenza, non completamente privo di barriere

Visite guidate al Walpersberg

Percorsi pubblici attraverso il sito storico militare con approfondimenti sulle gallerie, gli impianti esterni e le tracce della REIMAHG.

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Informazioni / Registrazione

Lavoro forzato e libertà di professione oggi

Il concetto di lavoro forzato è associato principalmente alla storia nazista, ma forme di lavoro non libero esistono anche oggi, ad esempio nelle carceri tedesche in conformità con la Legge Fondamentale.

Il tema riemerge spesso nei dibattiti politici, rischiando a volte di relativizzare il regime nazista. Bisogna sempre distinguere: il lavoro forzato nazista era uno strumento di persecuzione e annientamento di massa, un contesto totalmente diverso da quello attuale.

Scelta professionale limitata per i detenuti

L'articolo 12 della Legge Fondamentale tutela la libertà professionale, ma non per i detenuti. Secondo la legge, i prigionieri sono obbligati a svolgere il lavoro assegnato. L'economia ne approfitta: il lavoro carcerario è esente da contributi previdenziali e salario minimo, come pubblicizzato ad esempio dalla JVA di Dresda per attirare aziende.

Articolo 12 della Legge Fondamentale:

(1) Tutti i tedeschi hanno il diritto di scegliere liberamente la professione, il posto di lavoro e il luogo di formazione.

(2) Nessuno può essere costretto a un determinato lavoro, se non nell'ambito di un servizio pubblico obbligatorio generale e uguale per tutti.

(3) Il lavoro forzato è consentito solo in caso di privazione della libertà ordinata da un tribunale.

Justizvollzugsanstalt Dresden Unternehmerbetriebe

Sito web della JVA di Dresda.
Data di accesso 08.04.2020

Limitazioni per chi non ha passaporto tedesco

La libertà di scelta professionale è limitata per i cittadini non UE. Le autorità possono intervenire tramite le leggi sull'asilo, rendendo il permesso di soggiorno dipendente da determinati lavori. In Austria, dal 2019, esiste una legge che obbliga i rifugiati a lavori di interesse pubblico, specialmente in agricoltura, per sopperire alla mancanza di manodopera.

Ringraziamenti

Dank

Questa mostra è stata realizzata nell'ambito del progetto „Turingia 19_19. Imparare la democrazia“.

Il team della mostra ringrazia l'associazione Demokratisch Handeln e.V./Thüringen 19_19, in particolare Maria Gehre, per il supporto.

Per la realizzazione tecnica dei contenuti audio ringraziamo Radio LOTTE Weimar.

Un sentito ringraziamento va al Dott. Marc Bartuschka, il cui libro è stato la base fondamentale, così come al Dott. Harry Stein e al Dott. Daniel Logemann (Memoriale di Buchenwald) e a Jens Hild (Archivio Großeutersdorf).
Ma il ringraziamento più grande va ai sopravvissuti della REIMAHG e ai loro familiari: Beatrice Bolognesi, Pinuccia Curti e Andrea Rosoni.

Fonti

I contenuti si basano su ricerche proprie e sulla letteratura scientifica (Marc Bartuschka, 2011). Le citazioni provengono da:

  • Balilla Bolognesi: Diario di un deportato, Ancona 2004.
  • Francesco Gervasoni: Biglietto originale dal lascito.
  • Giuseppe Lino Rosoni: Un giovane abile alla prigionia, Vicenza 2016.
  • Jan Steć: Scambio epistolare, Archivio GFW Walpersberg e.V.
  • Marcel van den Steen: Diario di prigionia, traduzione K. Dietrich.
  • Janina Przybysz: Relazione di esperienza, Archivio GFW Walpersberg e.V.
19 19 CD Extern web
VereinT Zukunft Bilden e.V.
Turingia 20+
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GF Walpersberg e.V.
Großeutersdorf
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